Italians do it better

Era il 2003, giusto per fare contento chi continua a ripetermi che sono un maniaco delle date. Mio padre incontrò un venditore ambulante che, spacciandosi per suo ex-alunno e millantando gravi problemi familiari, gli rifilò per qualche decina di euro una macchina fotografica. Marca Nikkey, tarocco italo-giapponese della più illustre Nikon, con tanto di borsetta a tracolla e manuale di istruzioni tradotto con Google Translate. Inutile dire che dopo poche settimane finì dritta nel cassonetto, tra le grasse risate di mia madre che aveva assistito alla poco decorosa fine di quella che sarebbe dovuta essere la “nave scuola” della mia passione per la fotografia. Questo breve preambolo per dire che le copie di qualcosa, a meno che non siano fatte ad arte come solo i cinesi sanno fare, fanno tutte la stessa fine: nel cassonetto.

In questi giorni si parla tanto di Volunia, il nuovo motore di ricerca “made in Italy” che secondo il suo fondatore Massimo Marchiori avrebbe dovuto rivoluzionare il settore, una sorta di “Google Wannabe” de’ noiartri. Giusto stamattina ho ricevuto un invito per diventare Power User, termine “bizzarro”, come direbbe una mia collega. Chi ricorda la lunga fase di “private beta su invito” di Gmail di qualche anno fa? Se eri tra i pochi fortunati che ricevevano un invito, in un paio di clic avevi già il tuo account bello funzionante. Con Volunia funziona così: ricevi una mail (con grafica e stile comunicativo del ventennio), vai sul sito (con stesso stile grafico di cui sopra) e sei condannato ad invitare qualcuno, obbligato ad utilizzare i due “bonus” (altro termine “bizzarro”) a tua disposizione; a quel punto clicchi su “Avanti” e rimani sulla stessa pagina, che ti comunica di aver utilizzato tutti i tuoi “bonus” (ma va?): una scrittina in basso a destra ti spiega che i Power User saranno abilitati “un po’ alla volta” (quando? fra due settimane? fra sei mesi? l’anno del mai?) e che a quel punto, ricevute le credenziali di accesso, ci sarà un’ulteriore attesa per poter iniziare ad usare il sito. Lo scriverò nel testamento, forse i miei nipoti avranno modo di riuscire ad usarlo.
Per il resto è stato già detto tutto: diretta in streaming mondiale con tanto di proiettore non funzionante causa spina staccata (!), grafica imbarazzante risalente a fine anni ’90, iframe, toolbar, mappe in stile Sim City (1989), video di presentazione degno di un festival del cortometraggio di provincia. Tutto questo finora è costato due milioni di euro, cifra che suddivisa tra giovani ricercatori precari che avranno partecipato al progetto gli avrebbe consentito di spassarsela per un paio d’anni in un resort alle Seychelles, con tanto di poltrone in pelle umana, Iacuzzi e manica di mignottone in topless. I keynote di Jobs, con la sua maniacale attenzione al dettaglio (chi ricorda l’iconcina del telefono con il badge “1″ in occasione della presentazione del nuovo iPhone?), ma anche le pompose presentazioni di altre aziende che siamo abituati a vedere negli ultimi tempi, rendono il tutto ancora più ridicolo. Bastava farsi un giretto su Dribbble o altri siti del genere e dare qualche migliaio di euro a un bravo designer per ottenere dei risultati senza dubbio migliori.

I casi di copia all’italiana comunque non si fermano qui. Giusto oggi mi è capitato di vedere Pingram.me: mash up made in Italy di Pinterest e Instagram, “progetto da weekend” di un programmatore italiano, Gennaro Varriale. Pingram si propone di unire le caratteristiche dei due servizi; fatico un po’ a capirne la reale utilità, ma non essendo un heavy user di Instagram può darsi che mi sia sfuggito qualcosa. Diamo comunque per assodato che una buona idea di base ci sia, visto che nessun altro finora aveva tentato un’integrazione del genere. Il blog dell’autore recita: “Pingram.me è un sistema di visualizzazione e condivisione di foto di Instagram con un’ interfaccia simile a Pinterest.”
‘a Gennà, eddaje, nun è simile, è copiato de brutto. E pure maluccio. Logo palesemente rielaborato con Paint, CSS scopiazzati male da Pinterest, bordini e box-shadow che danno problemi su Chrome, box di ricerca spaccato, pulsanti e testi disallineati, box verticali senza margine, commenti chilometrici pieni di hashtag, infinite scrolling che non scrolla… l’elenco potrebbe andare avanti per molto. Su Twitter e su qualche blog ci sono dei tentativi di difendere il lavoro, ma diciamo che “c’ha provato”, niente di più.

Ho citato questi due esempi perché mi sono capitati casualmente sottomano, ma se ne potrebbero trovare molti altri.
Ultimamente il web pullula di post sul tono del “che avrebbe fatto Steve Jobs se fosse nato a Napoli”. E’ vero, c’avrebbe messo un annetto a prendere la residenza, avrebbe pagato 6-700 euro di affitto al nero per un monolocale, sarebbe stato discretamente mazzolato da Equitalia e di questo periodo avrebbe dovuto pagare, coi pochi soldi avanzati dal pizzo, qualche centinaio di euro di canone Rai in ossequio al Regio Decreto del 1938; ma alla fine sono sicuro che con le idee geniali che ha avuto avrebbe sfondato ugualmente. E non solo con le idee geniali, ma con la capacità di saperle realizzare e con un attenzione maniacale al dettaglio. Che nel caso di un sito web si traduce principalmente in: aspetto grafico, originalità e usabilità, senza i quali anche una buona idea si trasforma in un flop.
Ha provato a farlo notare anche Antonio Lupetti, mio concittadino dal tweet selvaggio che è riuscito a creare dal nulla un blog di discreto successo, in questo post. Se in Italia non abbiamo un Jobs è perché magari non ce l’abbiamo proprio. O magari ce l’abbiamo, ma non è in grado di metterci l’attenzione necessaria per trasformare le sue idee in business di successo.
E se nel caso di Pingram si può parlare bonariamente di “passatempo” di un giovane programmatore, nel caso di Volunia, presentato in diretta mondiale dopo un investimento di due milioni di euro, si può solo parlare di una colossale figura di merda, come dicono in Francia. Non lamentiamoci poi se il resto d’Europa (e del mondo) ci prende per il culo. ;)